Vivi creando ricordi.

Il comunista del titolo si riferisce a un mio lontano zio. Qualche giorno fa sono andato a fargli visita con mio padre. Mentre i due parlavano, ho iniziato un tour completo della casa. Una casa che ha sempre avuto un insipegabile interesse per me, sin da quando ero bambino. E’ un antica costruzione nell’intricata rete di vicoli di un paesino a qualche chilometro dalla città.

La casa si divide in due o più piani, ancora oggi ho il dubbio che vi siano passaggi segreti o stanze nascoste. Al pian terreno un grande garage dov’è presente un palmento ancora utilizzato dai miei parenti. Posso sentire l’odore del vino, e mi è strano inebriarmi di quel profumo mentre affiorano immagini passate.

Per entrare nella casa vera e propria bisogna salire delle scalinate nere e sorpassare due cancelli, quasi un monito a non oltrepassare certi valichi spazio-temporali. All’interno c’è quell’ambiente vecchio come ricordavo. Le prime stanze sono molto scarne, qualche mobile raccimolato non so dove. Dall’ingresso intravedo una cucina povera, è qui che mi siedo per trascrivere pochi appunti. La stufa rossa, quella maledetta stufa comunista, quella che mi sporcava le mani di rosso.  Accanto un letto fatto  senza nemmeno troppi accorgimenti, davanti ad esso una vecchia tv in bianco e nero. Un frigorifero degli anni trenta è da parte ad una porta socchiusa. Non ho ricordi di quale stanza possa esservici. Senza far rumore sporgo la testa all’interno. Vi è una piccola stanzina, con un letto al centro. Le pareti, che dovevano esser bianche un tempo, ormai ingrigite dal tempo, non hanno nessun quadro, nessuna foto, eppure v’era stata una famiglia una volta.

Ritiro la testa appena in tempo, mio zio entra in cucina e mi trova in piedi davanti al frigo. Mi chiede se ho fame, – “dev’esserci un po di gelatina nel frigo”. Mi chiede se mi piace ancora, rispondo che non ho fame, – “grazie”. Quando ero bambino capitava che mangiassi da lui. Risotto alla milanese con le patate – mi chiedo ancora oggi se quella sia la vera ricetta – e la gelatina per secondo, erano un classico dei pranzi con mio zio.

Mio padre chiama mio zio e lui torna all’ingresso, lo seguo e proseguo il mio tour. Senza dare nell’occhio gli passo accanto e sorpasso una nuova porta, mi trovo in una stanza buia, la sala principale della casa. La polvere ricopre ogni cosa, vecchi cimeli, quadri di lontanissimi consanguinei, centrini ricamati. Tarli corrodono i mobili, la libreria è ricca di libri ingialliti e sgualciti, quasi tutti trattano la seconda guerra mondiale, di cui mio zio è stato protagonista come partigiano. Poi sento un odore, proviene dalla porta alla parete opposta. Quell’odore, il vero odore di quella casa, l’odore di mia zia. C’è una zuppiera sul tavolo, magari trovo ancora i torroni che mi dava la zia, quelli per cui ho rischiato l’intera dentatura tanto erano duri e appiccicosi. Ma l’odore, per quanto mi dia la nausea, mi richiama, devo andare oltre la porta.

La mia testa mi suggerisce l’immagine di una macchina da scrivere, una Olivetti degli anni ‘50. Quando valico la soglia rimango deluso, invece di una stanza ecco uno stanzino buio, l’odore mi entra nelle narici, nella gola, lo sento nello stomaco. Accendo la luce, si materializza un’anticamera una porta per ogni parete. Una la ho alle spalle, e so già che mi riporta indietro, quella di fronte a me mi suggerisce che sia un bagno, sento il rumore dell’acqua del water che perde. Decido dunque di trascurarla e vado per la sinistra (anzi estrema sinistra), appoggio la mano sulla maniglia e ho quasi un brivido.

Provo quasi una sensazione quasi infantile, di paura, nel contatto, una vibrazione mi pervade. Appena apro la porta l’odore di naftalina m’investe. E’ la vecchia stanza da letto dei miei zii, ma sembra abbandonata da tempo. La polvere sovrasta il cellofan sulla mobilia. La luce filtra dalla serranda, tagliando a righe orizzontali il pulviscolo scosso dalla mia intrusione. Chissà da quando non cambiava l’aria lì dentro. Mi sento quasi come il primo archeologo della piramide di Cheope. Tuttavia credo di aver visto abbastanza. Richiudo la porta, arrivederci per i prossimi mille anni.

Rieccomi nell’anticamera, sono di fronte l’ultima porta, toccando la maniglia non ho nessuna “stana sensazione”, la spingo, sento il meccanismo scattare. Quando entro vengo investito dalla luce, la stanza è come la ricordo. Libri alla rinfusa, scaffali ricolmi di carte e cartelle, ricordo di uno dei tanti mestieri di mio zio. E poi eccola là, la Olivetti Lettera 22, ricoperta da un telo originale, quando lo scopro rimango colpito di quanto sia ancora lucida. Il contatto coi tasti mi da una sensazione di tecnologia arcaica, di ingegno, di passato e futuro in un solo oggetto. La ricopro con la sua coperta, ritornandola all’oblio. Sento mio padre chiamarmi, torno in fretta all’ingresso, li ritrovo l’uno accanto all’altro e noto diverse somiglianze tra i due. Mio zio mi sorride, mi dice: – “te la ricordavi la macchina?” Gli rispondo – “Si zio, è ancora splendida”.

Mentre torno a casa, ho la mente colma di ricordi, ma un pensiero spinge più degli altri: o mio zio è vegetariano o sono tutte balle le storie dei comunisti che si mangiano i bambini, perchè io mica ne ho trovato traccia per la casa.

immagine | Matrioskas di fran hi.

Dormi Luna

Novembre 27, 2009

“Can I just have one a’ more Moondance with you, my love
Can I just make some more romance with a-you, my love”

Sono le 2.30 di notte, Luna è accanto a me accollassata sul letto. La canna che ci siamo fatti l’ha proprio stonata. Niente sesso stasera. Eccola li sdraiata sulle morbide lenzuola in cotone comprate alla Coin due mesi fà. Rannicchiata in posizione fetale, con lo sguardo sereno, mi ricorda Thandie Newton in mission impossible 2.
Io siedo ai piedi del letto, osservo il nostro riflesso nei vetri della finestra, non so che fare: vado in bagno, faccio una doccia, e mi masturbo oppure mi sdraio dietro di lei e mi addormento abbracciandola?

Nel frattempo che decido vado in cucina a prepararmi un toast, perchè a me fumare, fa venir fame.

Di spigolature e frattali

Novembre 23, 2009

Di spigolature e frattali è colma la città. Le linee rette dei palazzi filtrano la luce, sostituendosi alle nuvole mancanti. Luci, riflessi e geometrie si alternano negli spazi come presenze sovrannaturali. Fantasmi sono quello che noi percepiamo.
Dalle bugie che raccontiamo a noi stessi e agli altri, alle verità che stentano a venire.
Il destino, col suo sorriso beffardo ci raggiunge, senza preavviso, compiendo il suo caotico piano, nato agli albori di questa era.
Prevederne i movimenti sarebbe impossibile.
Non ci resta che osservare, giorno dopo giorno, le spigolature, i frattali, le presenze che la città lascia sfuggire ai misteri della nostra vita.

Fino a quando a quando abbandoneremo ciò che siamo, e saremo ciò che è stato.

immagine | Il cielo sopra Berlino di Glare85.

(Pro)Memoriæ

Novembre 16, 2009

Non si vive di soli ricordi…


Venerdì
Fire party, festa in villa, tutto intorno a me è luce. Il collo, le braccia, adornate con bracciali fluorescenti.
Stiamo insieme tra la gente e arriva l’ora foto: ormai è la moda, per via di facebook si intende. Comunque ci divertiamo, la musica è buona, l’ambiente socievole e creativo. I raggi ultravioletti risaltano le linee bianche sulla mia camicia Calvin Klein Jeans, comprata alle Galeries Lafayette. Davvero azzeccata.
Ci sono una decina di ragazze che hanno colpito il mio sguardo. O io il loro.
Passa la serata, ci spostiamo in gruppo a casa di un’amico.
Mi intrattengo con Daisy, Flavio e Samuel. Fumiamo qualcosa fuori, Daisy si avvicina a me, il suo corpo tremante mi avverte che ha freddo. Senza pensarci un attimo l’abbraccio e lei sembra apprezzare il gesto da vero gentiluomo.
Si, perchè 5 minuti dopo la sento sfiorarmi le dita che le poggiano sul fianco.
Torno a casa alle 4.00.

Sabato
Dal giorno dopo a mercoledì non ho memoria.

Mercoledì
Serata discoteca. C’è un casino di gente. Nel preserata io e Flavio siamo andati a prendere le ragazze all’hotel Baia. Un gradito ritorno all’inverno scorso. Solo che tante cose sono cambiate in un anno. Tranne una, il rapporto tra me e Alexa, ovvero una infinita continuità di provocazioni e una serie assai numerosa di frasi ambigue. Solo che adesso se la fa con Flavio. Rimaniamo comunque soli mentre facciamo la fila per entrare al locale. Fila che poi aggiriamo ponendoci a pochissimi metri accanto all’entrata del locale fingendoci conoscenti di qualcuno accanto a noi. Alexa per tutto il tempo mi canta canzoni nell’orecchio. Una buona voce si, ma estenuante da sopportare a lungo data la sua enorme conoscenza del repertorio musicale italiano contemporaneo.
Anche lei vuole essere abbracciata. Tutte desiderose d’affetto queste pupe. Ci ubriachiamo e faccio le 5 di notte.

Venerdì
Si esce, come tutti i venerdì. Giro in città, saluto gente. Mi ubriaco, seduco una tipetta niente male che fuma davanti al locale.
Non ricordo l’ora in cui torno a casa.

Sabato
Ad halloween, posso finalmente mostrare me stesso, eccomi “vampiro”. Giacca Canali, jeans Richmond, immancabili denti da succhiasangue. Le donne dicono che assomiglio ad Edward, sapete bene a chi si riferiscono (purtroppo non quello interpretato dal grande Johnny), in macchina trovo anche dei Rayban che mi dicono il protagonista indossa nel film. Comunque, dato che la cosa è fonte di particolare attrazione, sto al gioco e flirto con due o tre pupe. Mi accomodo sul divano, Daisy siede a terra, appoggiata alle mie gambe; al fidanzato/Joker non resta che stare a guardare.
Tuttavia a fine serata, nonostante la sangria, sono sobrio.
Intorno alle 4 sono nel mio letto e fatico ad addormentarmi.

Martedì
Vado al cine con Flavio e due amiche, ci vengono a prendere fino a casa e la serata è piacevole e rilassante. Al bar non bevo nemmeno una birra.

Venerdì
Discoteca, Donne, Disinibizione.

Lunedì
Compleanno di Selina all’hotel Baia, alcool in abbondanza, indosso un maglione leggero nero CK e un paio di pantaloni scuri Trussardi, notevole la presenza di belle donne, quasi tutte dell’hotel, ma non sono dell’umore giusto. Faccio le 3 e mezza solo perché mi fermo a giocare un ora a PES10 a casa di Flavio dopo il party.

Mercoledì
E’ san martino, ma le cose non vanno per il verso giusto. Saltano tutti i programmi e torno a casa ancora alle 3.30 senza nemmeno rendermi conto.

Venerdì
White Russian al Cupido e per il resto vuoto totale. Torno a un orario imprecisato.

Oggi
Rimango per qualche minuto a fissare il nuovo piumone Bassetti a scacchi Verde, Giallo e Blu, con uno sguardo da ebete. Mi trasmette serenità.

immagine | Eat me drink me di kiwipecora.

Trip orwelliano

Novembre 12, 2009

Tubi catodici.

Immagino il Grande Fratello del 2020. I partecipanti registrano il loro provino, lo inviano al casting, e vengono scelti via Facebook. Una volta nella casa, sono monitorati 24 ore su 24 (e ripeto 24 su 24) dalla Gialappa’s Band con la loro simpatica e inarrestabile verve (i quali non devono essere mai in numero di due per sessione [uno ha facoltà di riposarsi {tranne nel weekend} pena sanzione pecuniare]).
A loro volta i Gialappi vengono seguiti giornalmente da altre telecamere collegate agli schermi di una normale famiglia che commenta ciò che la loro tv trasmette.

immagine | 1984 di always in love.

(V)ictory

Novembre 6, 2009

Faro nell’oscurità

Nessuno esclude la sorte. Buona o cattiva che sia, ci raggiunge tutti. Nulla esclude il destino.
Le fortune ci capitano tutti i giorni. Un’incontro, una frase, una carezza o un bacio, questo ci riserva una giornata vissuta pienamente; le sfortune capitano più rare, ma lasciano il segno. Percuotono a lungo il nostro io, modificandolo, lasciando inevitabilmente un segno. E’ qui che l’unica scelta sensata è rispondere, dare una ragione ai nostri errori e andare avanti, abbattendo qualsiasi muro ci si ponga davanti.
Che siano limiti interpersonali, limiti psicologici o limiti esistenziali, poco importa.
Andando oltre. Oltreuomo.

Per il resto dico: Gulliver, Jonathan Swift e una farfalla. E otterrete il nome.

immagine | Gulliver took the train at Guillemin’s di FotoCath


Me

Novembre 3, 2009

Come posso volere che la mia anima si arrenda; togliersi i vestiti che diventano la mia pelle; vedere il bugiardo che brucia nel mio bisogno. Come avrei voluto cambiare l’oscurità dal freddo, come avrei voluto gridare forte, invece non ho trovato alcun significato. Suppongo che è il momento di correre lontano, via lontano; trovare conforto nel dolore, tutto il piacere è lo stesso: mi sottrae appena dalla preoccupazione, nasconde la mia vera forma, come Dorian Gray. Ho ascoltato ciò che dicevano, ma non sono qui per preoccuparmi. è appena più di una parola: sono solo lacrime e pioggia. Come potevo voler camminare attraverso le porte della mia mente; ricordi legati vicino alla mano, aiutami a capire gli anni. Come potevo voler scegliere tra il Paradiso e l’Inferno. Come avrei voluto salvare la mia anima. Sono così indifferente alla paura. Suppongo che è il momento di correre lontano, via lontano; trovare conforto nel dolore, tutto il piacere è lo stesso: mi sottrae appena dalla preoccupazione, nasconde la mia vera forma, come Dorian Gray. Ho ascoltato ciò che dicevano, ma non sono qui per preoccuparmi. Lontano, via lontano; trovare conforto nel dolore. Tutto il piacere è lo stesso: mi sottrae appena dalla preoccupazione. è più di una semplice parola: sono lacrime e pioggia

Robin Hood

Ottobre 20, 2009

Mi accadono strane cose uscendo in città. Mi spiego.

Prologo

Stamattina, dopo una breve colazione, ho indossato jeans, sneakers e camicia, per uscire a farmi la solita passeggiata antemeridiana. Ben curato in ogni dettaglio, ma dall’aria stanca (di certo, io non l’ho mai sottoscritto che 9 ore sono la giusta dose di sonno quotidiana), ho dato un’occhiata a ciò che era riflesso allo specchio dell’entrata. Ho visto il riflesso mettere una mano in tasca e tirare fuori una banconota da 10 euro.

Inizialmente contento, avrò modo di ricredermi, dato quello che mi accadrà qualche ora più tardi.

***

Sto andando a trovare un vecchio amico che non rivedo da tempo. Ci siamo persi di vista per quasi un anno poi ieri un incontro all’università. Ci siamo scambiati un po di informazioni sulle reciproche disavventure. Mi invita ad andare a trovarlo.
L’amico ha appena preso casa in una zona tra le più malfamate della città. Decido ugualmente di andarci.
L’ambiente pullula di automobili, scooter, e rumori di ogni sorta. Vedo all’angolo gente dallo sguardo in continuo movimento, osservano, valutano, adocchiano.  Nell’aria quell’odore di carne bruciata che si attacca addosso a te e agli oggetti che hai intorno. Carne di cavallo per l’esattezza; nella zona, è tra le cibarie per eccellenza.
Sono le 5 passate, giro per le vie del quartiere alla ricerca disperata di un posto per la mia macchinina. A quel punto mi si accosta un uomo in scooter. L’aspetto è inusuale per la zona: giacca di marca, casco jet e occhiali da sole scuri.
L’aspetto molte volte inganna.
Mi chiede se sono del quartiere. Poi inizia ad insistere proponendomi di aiutarlo. Capisco subito cosa vuole.
A quel punto prendo i 10 euro trovati la mattina e glieli do. L’uomo mi stinge la mano, mi promette un ipotetico caffè, e se ne va. Evidentemente c’è crisi.

immagine | Robin Hood Statue 2 di Pete Jenkins.

The Downward Spiral

Ottobre 8, 2009

E se fosse già iniziata?

immagine | Vatican Museums spiral staircase via Atlas Obscura.

Graditi ritorni

Luglio 29, 2009

Credo sia tornato, un gradito ritorno il suo.

Sarà stato il bicchiere di vodka scolatomi qualche piano più in alto a sciogliere il ghiaccio, o lo striminzito rettaggolo di stoffa che le copriva il busto a sciogliere qualsiasi mia resistenza. Alexia è al mio fianco, o meglio, ai miei piedi, così desiderosa di colloquiare con me, quanto di saltarmi addosso. Intanto la sorella mostra con indubbia sincerità quanto abbinati siano il suo reggiseno con la parte inferiore del costume sotto la gonna.
Dopo questa, lo confermo, il desiderio è tornato.