Interludio (Tyler Durden)

Febbraio 23, 2009

La notte dei pazzi viventi I

Febbraio 22, 2009

Se non hai nulla da perdere, hai solo da aggiungere.

Atto I

E’ fredda la notte di metà febbraio, la luna, un’oscura mezza luna rossa, sorge lentamente dal mare.
Scendo in cortile, lo scricchiolio dei rametti secchi anticipa ogni mio passo. Mi ricordo che ho lasciato la macchina fuori dal garage solo quando la vedo materializzarsi di fronte a me totalmente costellata di cacca di piccione. Una macchina a pois. Pois di merda!
Passo un breve ma intenso momento ad imprecare e mi accingo a salire. Devo sbrigarmi, il mio amico perditempo mi aspetta. Con Flavio ci vedremo direttamente all’hotel Baia.
Arrivato a casa di perditempo quell’orrendo puntino arancione sul quadro della macchina inizia a lampeggiare sempre più velocemente.
Mentre siamo li a pronosticare chi troveremo stavolta all’hotel Baia, a seguito di una curva, ecco apparirci un uomo saltellante attraversarci la strada. Si, proprio quel genere di saltello di chi è gaio, frivolo e felice.
Perditempo lo guarda stranito mimandogli “che cazzo sei pazzo?!”, lui risponde con una faccia corrucciata, quasi stranito di quell’attenzione.
Andiamo avanti, la stazione di servizio nel suo dorato splendore è al culmine di un’interminabile salita.
Sto per raggiungere il mio traguardo, quando perditempo mi avverte che un passante, con computer in mano è appena tornato indietro arrivato a metà della carreggiata.
Gente strana sta in città.
Faccio un insolita fila notturna alla pompa di benzina. Tutti desiderosi di versare il nostro contributo alla povera famiglia del petroliere dall’insegna gialla. Il benzinaio notturno accetta stancamente la banconota che gli affido in mano e mi indica eloquentemente con gli occhi qual’è il mio compito: “là c’è la pompa, fai quello che devi fare!”
Ho quasi la visione di me che gli infilo quella dannatissima pompa nella bocca e gli offro una sigaretta.
Perditempo mi dice che ho lo sguardo spiritato. Secondo me è solo una sua impressione.
Dopo una lunga salita non può non mancare la successiva discesa, sarebbe un piacere far scorrere l’auto nella larga circonvallazione, ma le buche disseminate a campo minato, ne rendono il percorso assai accidentato.
Non ho neanche il tempo di lamentarmi che intravedo l’imponente struttura abitativa, meta del nostro vagare.
Così, nel mezzo del cammin di nostra vita, ci trovammo di fronte alla porta di entrata. Decidiamo poi di salire dalle scale antincendio, evitando così qualsiasi questione all’ingresso.
La sensazione di benessere che mi da il varcare quella decrepita porta verso un mondo di infinite perdizioni, è qualcosa che neanche mastercard può garantirti.

Continua…

immagine | How much time have you spent in petrol stations on the way here? di shorty uk

Hotel Baia

Febbraio 17, 2009

L’hotel Baia è una residenza, un luogo ricreativo, un bordello. Non necessariamente in quest’ordine.
Utilizzare le scale di servizio esterne è la prassi, se hai intenzione di passarci la notte. E salire quelle scale, che sanno tanto di città metropolitana decadente, mi dà ogni volta quella piacevole sensazione che dà il far qualcosa di proibito.
Cerco dunque di misurare bene i passi ed evitare rumori, ma ogni scalino è accompagnato dal suo sonoro ‘clank’ metallico.
La porta di servizio del secondo piano è tenuta socchiusa, segno evidente di una pratica in uso da tempi remoti.
I bicromatici corridoi hanno mura corrose, dove la linea tra il bianco e l’azzurro è ormai confusa, e porte in legno scadente. Sono due gli ascensori, di cui uno guasto, per quindici piani, e non posso permettermi di salire le scale, sinceramente vorrei passare inosservato.
Uno strano silenzio da ospedale, un quasi silenzio, proviene dalla tromba delle scale. Un’eco dai corridoi, dalle stanze. Come un’attività notturna incessabile.
Arrivo al piano desiderato e quando giungo al corridoio ho un allucinazione alla Shining. Immagino una grossa quantità di sangue provenire dall’estremità opposta. Solo uno sbattere di ciglia e ritorna la sporca e ipnotica pavimentazione.
Tutto apposto, se non fosse che non ricordo il numero della stanza.

immagine | Fire exit stairs, Vancouver di philipp p

Buonasorte

Febbraio 11, 2009

Dove non può l’ingegno, può il culo.


Prologo.
Sono di fretta, devo uscire, prendo lo stretto indispensabile, telefono, ipod, bomber, sciarpa e i guanti neri perchè c’è veramente freddo. Ah, dimenticavo anche il preparato per un fragrante frienz col mio amico
perditempo.

***

La serata è andata piacevolmente. Saranno le tre di notte. Saluto il mio amico perditempo e mi incammino verso l’uscio paterno imbottonato come l’omino micheline. Poi, giunto a pochi metri dal portone ho una costosa rivelazione.
Ho dimenticato le chiavi.
Mi fermo un attimo a meditare sulla drammatica situazione. Poi decido, suono e sveglio tutti. Non è una buona idea, ma è l’unica effettuabile senza quella preziosa striscietta seghettata di metallo.
Do un ultima controllata illusoria alle tasche, quasi un gesto istintivo, non razionale, quando ho la sensazione di tastare un piccolo oggetto metallico.
Riconosco la sagoma, è una chiave.
La chiave della seconda porta di casa mia, l’avevo dimenticata due giorni prima quando me l’avevano consegnata.
Tuttavia, è una chiave.
A me ne servono due. E non ho altri conigli bianchi da far uscire dal cappello, però mi viene una pensata.
Il cancello dei garage, dall’altra parte dello stabile, è un po lento, e soprattutto senza uno scatto di serratura, dunque con una forte pressione dovrebbe scostarsi quanto basta. Sono titubante, ma devo considerare che è un’altra opzione.
Dopo qualche minuto sto per raggiungere il cancello, e mi rendo conto solo in quel momento che sono ai margini di un viale ben illuminato. Considerando anche il fatto che col mio aspetto e i miei guanti neri potrei destare un indesiderabile sospetto.
Ma l’ora è tarda, le poche macchine sfrecciano solitarie e disinteressate. Solo delle voci mi preoccupano, ma sono solo delle voci e non ho il tempo di fermarmi ad osservare. Arrivo davanti al grande cancello bianco, e inizio a spingere. La spinta necessaria è minore di quanto prevedevo e in un attimo scivolo dentro e lo richiudo.
Adesso mentre percorro il vialetto interno atteggiandomi a novello James Bond avverto l’arrivo di una seconda fottutissima rivelazione.
Il portoncino che porta alle scale interne necessita anch’esso di una chiave e raramente è facile trovarlo aperto la notte.
Sto quasi per arrendermi, ma è solo un attimo. Arrivo fino alla fine.
Sono davanti all’ignoto portoncino. L’ultima verità.
Dalla sua comunissima maniglia di plastica dipendono numerose prospettive, futuri, universi… No, mi sto allargando troppo.
Appoggio la mano alla maniglia, e spingo lentamente verso il basso. Sento quasi il battito. E poi niente, chiusa.
Non è vero vi ho fregato, la porta è aperta e io inneggio e raccolgo soddisfatto gli applausi di un invisibile platea. Per la fortuna di una notte, per l’ostinazione di sempre.

Mentre lo scrivevo mi chiedevo, ma di che materiale sono fatte le chiavi?

immagine | The Key.. di Pittam

Trip comunicativo

Febbraio 7, 2009

Prima ho avuto una scatto di rabbia, per qualcosa di cui non mi vengon neanche le parole atte a descriverlo. Un fatto noto alla nazione, ecco.
Guidato da non so quali forze, sono venuto davanti al pc, ho aperto l’editor dei messaggi di questo posto e ho scritto la seguente frase:

- la libertà è la vita.

Non so perchè, volevo scriverlo. Urlarlo magari, difatti adesso mi sento molto meglio.

immagine | volare di aenimation

Pieni e vuoti

Febbraio 3, 2009

L’auto ideale per la mia città penso sia un Hummer. Si, il famoso pachiderma in dotazione all’esercito americano è senza dubbio l’unico mezzo che potrebbe sopportare i continui scossono dovuti al pessimo manto stradale della città.
Quando piove è una certezza, una nuova voragine si è aperta. Ma che dico una, cento.
Come in una groviera, profonde fosse delle marianne si alternano a residui stralci d’asfalto ed evitarle è un gioco che alla lunga diventa irritante, sia per i nostri nervi, che per i nostri culi sobbalzanti.
Sembra dunque di stare su cammello e attraversare le dune di quello che andrà a diventare sempre più un deserto. La ruota misura ad intervalli irregolari il vuoto lasciato dalla forza corrompente della pioggia, alternando ignote buche a miserabile asfalto. Vuoti e pieni.
Come le persone che ci circondano. Chi è vuoto, diviso nel dilemma tra la conservazione della sua condizione, e la ricerca di un pieno da svuotare. E chi è pieno, ostinato nel mantenimento della sua integrità.
Ora però i sobbalzi iniziano a diventare troppo intensi e quando me ne accorgo è troppo tardi perchè l’ultima buca dev’essere stata fatale. Fermo l’automobile, do un’occhiata e inizio a imprecare. Ho forato.

immagine | C is for Cheese di TQ9kite