Circle

Giugno 30, 2009

Credi che l’esperienza ti abbia già sorpreso abbastanza quando, eccoti lì, pronto ad assistere all’ennesima manifestazione di quanto la vita sia sadica e beffarda.
Ma veniamo ai fatti.
“Andiamo a prenderci una birretta”, questo lo scopo della serata. Il solito chiosco della piazzetta però è chiuso, decidiamo di andare in un altro, allungando un pò il giro. Io sono sul motociclo assieme ad un amico. Un’altro compagno d’avventure ci precede, aspetta con calma di poter svoltare. Poi succede tutto in un attimo. Una macchina scatta dietro di noi, ci sorpassa e travolge in pieno il mio amico. Vedo il suo corpo scomparire davanti l’automobile, rotolarvici sopra e cadere dietro.
La sequenza sembra uscir fuori da uno schermo cinematografico, colori e sonoro sono scelti con cura. Il destino vuole che il mio amico si rialzi sui suoi stessi piedi. E il destino, si sa, disegna piani con l’abile maestria di uno scrittore ormai esperto.
Durante la lunga nottata, memore di un’altra, ancor più lunga ed orribile, veniamo a sapere che il conducente dell’automobile lavorava al solito chiosco della piazzetta.
Ora, giunto finalmente a casa, non ne so bene il motivo, ma mi vien da ridere.
Sarà che se oggi il tizio dell’auto lavorava, il nostro incontro sarebbe stato sicuramente più piacevole.
O sarà che ci ripetono sempre che bere provoca gli incidenti, ma mi sembra un pò eccessivo che sia l’incidente a precedere la bevuta.
Oppure, sarà ancora, che la sfortuna sembra arrivare tutta nello stesso momento.
Oppure, più importante, sarà che sono felice che il mio amico è vivo.
O, infine, sarà che sto diventando pazzo.

immagine | asphalt core sample di Sidereal

Spazi siderali

Giugno 24, 2009

Un mese è già passato. Veloce come il treno che parte senza di te. Provi a corrergli dietro, ma tutto è inutile. Scivola il mese tra crisi e distrazioni. I giorni cadono come coriandoli colorati, ognuno un suo colore, leggeri e senza direzione come solo la vita può essere.
Un mese è già passato. I giorni pesano come macigni. Paure e timori ad intervalli. Lo stare insieme. Il cogliere l’attimo. Il profumo del caffè. Ogni cosa acquista un significato nuovo e profondo. Il sacro si mescola al profano.

Lei, è una figura astratta per me. Il suo nome mi riecheggia l’infanzia. Un’immagine, una frase. La strada. Il ricordo ad ogni parola di chi mi incontra. I silenzi ricchi di significati che comprendo a stento. Impressioni su di me, sugli altri, su ciò che ci circonda. Su quest’ermetismo che non mi permette di esprimere parole semplici e dirette, ma credo sia il miglior modo di comunicare con lei, con la mia coscienza.
Non so quant’è lo spazio, il tempo, gli eventi che ci separano, non so se tutto ciò sarà una scala per il paradiso e non so ancora quanti gradini dovrò affrontare per trovarla.
Sento ancora la tua aura, comprendici, assistici, guidaci…
Pace.

immagine | Escalera al cielo / Stairway to heaven di Davichi

Inaspettato

Giugno 15, 2009

I’m gonna love you, till the heavens stop the rain
Im gonna love you
Till the stars fall from the sky for you and I
I’m gonna love you, till the heavens stop the rain
Im gonna love you
Till the stars fall from the sky for you and I

dexter

La luce invade gli oggetti della cucina, cancellandone ogni ombra. E’ una luce bianca, prepotente e accecante, che risalta la bicromaticità della mobilia, l’azzurro lucido del tavolo, l’ammiccante argento del frullatore. Mi muovo scattoso mentre canticchio la canzone dei Doors in sottofondo. Il guscio dell’uovo tra le mani si rompe in due parti esatte, il contenuto scivola sulla padella calda. Appena il viscido miscuglio entra in contatto col metallo, il fragorio e l’odore si spargono. Il guscio si congiunge ai suoi simili, inutile protezione qual era. Suoni e colori sanno di buono, d’antico. Verso il succo rosso vivo nel bicchiere, ne bevo un sorso. La lingua schiocca sul palato. Raccolgo la pancetta sul tagliere e con l’aiuto del coltello la verso nella padella rovente. Sul tavolo, un piatto bianco aspetta di sporcarsi, lo accompagno con posate, bicchiere, succo d’arancia e un fazzoletto verde. Poggio tutto con cura, ma le mie mani hanno un leggero tremito.
Con un movimento deciso mescolo le uova alla pancetta, aggiungo il pepe e un dito di vino bianco. Sento il bisogno crescere, la fame farsi più insistente.
Quando la frittata è pronta la giro due tre volte in padella, poi travaso tutto sul piatto. E’ li quando ogni procedimento è ultimato, quando la routine si è completata che ho il crollo. Cado giù sulle ginocchia e inizio a piangere.