Di spigolature e frattali
Novembre 23, 2009

Di spigolature e frattali è colma la città. Le linee rette dei palazzi filtrano la luce, sostituendosi alle nuvole mancanti. Luci, riflessi e geometrie si alternano negli spazi come presenze sovrannaturali. Fantasmi sono quello che noi percepiamo.
Dalle bugie che raccontiamo a noi stessi e agli altri, alle verità che stentano a venire.
Il destino, col suo sorriso beffardo ci raggiunge, senza preavviso, compiendo il suo caotico piano, nato agli albori di questa era.
Prevederne i movimenti sarebbe impossibile.
Non ci resta che osservare, giorno dopo giorno, le spigolature, i frattali, le presenze che la città lascia sfuggire ai misteri della nostra vita.
Fino a quando a quando abbandoneremo ciò che siamo, e saremo ciò che è stato.
immagine | Il cielo sopra Berlino di Glare85.
Robin Hood
Ottobre 20, 2009
Mi accadono strane cose uscendo in città. Mi spiego.

Prologo
Stamattina, dopo una breve colazione, ho indossato jeans, sneakers e camicia, per uscire a farmi la solita passeggiata antemeridiana. Ben curato in ogni dettaglio, ma dall’aria stanca (di certo, io non l’ho mai sottoscritto che 9 ore sono la giusta dose di sonno quotidiana), ho dato un’occhiata a ciò che era riflesso allo specchio dell’entrata. Ho visto il riflesso mettere una mano in tasca e tirare fuori una banconota da 10 euro.
Inizialmente contento, avrò modo di ricredermi, dato quello che mi accadrà qualche ora più tardi.
***
Sto andando a trovare un vecchio amico che non rivedo da tempo. Ci siamo persi di vista per quasi un anno poi ieri un incontro all’università. Ci siamo scambiati un po di informazioni sulle reciproche disavventure. Mi invita ad andare a trovarlo.
L’amico ha appena preso casa in una zona tra le più malfamate della città. Decido ugualmente di andarci.
L’ambiente pullula di automobili, scooter, e rumori di ogni sorta. Vedo all’angolo gente dallo sguardo in continuo movimento, osservano, valutano, adocchiano. Nell’aria quell’odore di carne bruciata che si attacca addosso a te e agli oggetti che hai intorno. Carne di cavallo per l’esattezza; nella zona, è tra le cibarie per eccellenza.
Sono le 5 passate, giro per le vie del quartiere alla ricerca disperata di un posto per la mia macchinina. A quel punto mi si accosta un uomo in scooter. L’aspetto è inusuale per la zona: giacca di marca, casco jet e occhiali da sole scuri.
L’aspetto molte volte inganna.
Mi chiede se sono del quartiere. Poi inizia ad insistere proponendomi di aiutarlo. Capisco subito cosa vuole.
A quel punto prendo i 10 euro trovati la mattina e glieli do. L’uomo mi stinge la mano, mi promette un ipotetico caffè, e se ne va. Evidentemente c’è crisi.
immagine | Robin Hood Statue 2 di Pete Jenkins.
Circle
Giugno 30, 2009

Credi che l’esperienza ti abbia già sorpreso abbastanza quando, eccoti lì, pronto ad assistere all’ennesima manifestazione di quanto la vita sia sadica e beffarda.
Ma veniamo ai fatti.
“Andiamo a prenderci una birretta”, questo lo scopo della serata. Il solito chiosco della piazzetta però è chiuso, decidiamo di andare in un altro, allungando un pò il giro. Io sono sul motociclo assieme ad un amico. Un’altro compagno d’avventure ci precede, aspetta con calma di poter svoltare. Poi succede tutto in un attimo. Una macchina scatta dietro di noi, ci sorpassa e travolge in pieno il mio amico. Vedo il suo corpo scomparire davanti l’automobile, rotolarvici sopra e cadere dietro.
La sequenza sembra uscir fuori da uno schermo cinematografico, colori e sonoro sono scelti con cura. Il destino vuole che il mio amico si rialzi sui suoi stessi piedi. E il destino, si sa, disegna piani con l’abile maestria di uno scrittore ormai esperto.
Durante la lunga nottata, memore di un’altra, ancor più lunga ed orribile, veniamo a sapere che il conducente dell’automobile lavorava al solito chiosco della piazzetta.
Ora, giunto finalmente a casa, non ne so bene il motivo, ma mi vien da ridere.
Sarà che se oggi il tizio dell’auto lavorava, il nostro incontro sarebbe stato sicuramente più piacevole.
O sarà che ci ripetono sempre che bere provoca gli incidenti, ma mi sembra un pò eccessivo che sia l’incidente a precedere la bevuta.
Oppure, sarà ancora, che la sfortuna sembra arrivare tutta nello stesso momento.
Oppure, più importante, sarà che sono felice che il mio amico è vivo.
O, infine, sarà che sto diventando pazzo.
immagine | asphalt core sample di Sidereal
Meraviglioso
Marzo 16, 2009
“Ma guarda intorno a te che doni ti hanno fatto:
ti hanno inventato il mare eh!
Tu dici non ho niente. Ti sembra niente il sole!
La vita, l’amore. Meraviglioso…”
Meraviglioso – Domenico Modugno
E’ meraviglioso, nel senso che porta stupore, quanto una canzone influenzi il tuo comportamento.
Mi spiegherò brevemente.
Semaforo di una zona agiata della città. Tipica notte invernale. Un povero mendicante patisce il freddo miseramente tentando di cavarci qualcosa dai suoi ruvidi fazzoletti. La maggior parte degli automobilisti non degna neanche di uno sguardo il mendicante.
Notte A
Tempo fa ascoltavo Enter Sandman dei Metallica, al solito incrocio intravedo il mendicante e inizio a sperare che scatta il rosso. Vedendo che ciò non accade mi fermo in una posizione che mi permetta di andare avanti e “fregare” in un certo senso il pover uomo.
Anche quando costui mi si è piazzato accanto preferisco osservare un punto fisso indefinito del mio parabrezza piuttosto che guardarlo in faccia. La sensazione è frustrante. Come se sia fallito qualcosa in un determinato piano.
Notte B
Stesso incrocio, medesima situazione della notte A. Poche macchine, vento tagliente e il solito uomo dei fazzoletti. Stavolta alla radio fanno Meraviglioso di Domenico Modugno.
Mi avvicino come al solito lentamente alla macchina che ho davanti, temporeggiando con le dita sul cassettino delle monete.
Quando il mendicante mi è giunto accanto, sarà stata una nota, o una parola, o la sua espressione, gli ho dato qualche spicciolo. Il suo sorriso valeva qualsiasi parola.
La senzazione che ne traggo infine è del tutto piacevole. E’ un’azione che consiglio vivamente.
La notte dei pazzi viventi III
Marzo 11, 2009

Atto III
Freddo, estremamente freddo è il cuore della notte.
La città ha succhiato ogni energia ai suoi abitanti, essi adesso dormono, sognando futuri basati principalmente sulla possibilità della fortuna. Nell’ombra della notte si riversano branchi di cani, ormai coloni di una nuova frontiera. Agli uomini la luce, ai cani l’oscurità.
Mi separo dalla pantera nera, compagna del buio, quando sento dei passi alle mie spalle.
Sento una voce.
La ricollego ad un volto, è Marcelo, il mio vicino di casa, più di una volta ci siamo beccati in cortile intenti a scambiare affettuose attenzioni con la donna di turno o a fumare qualcosa in compagnia, ma mai niente al di là dei saluti.
Pochi convenevoli, come al solito, però stavolta mi chiede se ho un frienz da condividere. Sto per dirgli di no, poi ci ripenso, per un frienz c’è sempre tempo. E poi voglio conoscere bene sto Marcelo.
Salgo su un attimo e prendo il necessario, lui è già pronto in macchina.
Marcelo è il fratello di una mia ex compagna di classe, Milù. Lei, universitaria fuori città; i genitori, professionisti, seri e abbienti; lui invece, pecora nera della famiglia, sempre immischiato in giri poco conformi ad un abitante del mio quartiere. Ma dove sembra che vi sia più pulizia, poco sotto la superficie, ecco che trovi la polvere.
Nella mia città ogni zona nasconde un brulicante sottobosco, una foresta di Sherwood ricca di briganti e abitanti tipici della notte che io chiamo i Vampiri, spesso mi sono chiesto se anch’io faccio parte di questa categoria.
Comunque, l’informazione che ho sul conto di Marcelo è che sia molto rispettato nei dintorni.
In macchina non fa altro che confermare le voci su di lui: finiamo infatti per parlare per giri di droga, fughe dalla polizia e su quanto sia difficile restare sulla “retta via”. Però in fondo mi sembra un outsider come me, qualcuno a cui vengono proposte delle regole difficili da rispettare.
La falce grondante di sangue, costituita dalla luna rossa in cielo, si riflette nel mare inqueto.
- Se non hai nulla da perdere, hai tutto da aggiungere – mi dice mentre iniziamo a fumare.
- C’è sempre qualcosa da perdere – gli rispondo – la stima dei genitori, un amicizia, un amore. Il rispetto…
- Quello è importante…
- Il rispetto per te stesso.
L’attimo di silenzio mi da il segnale di cambiare argomento. Gli parlo della quantità di ragazze presente all’hotel Baia, lo vedo interessato. Li è la novità che fa da attrazione.
Sulla via del ritorno mi dice:
- Lo vedo dai tuoi occhi che hai qualcosa di strano anche tu…
- I miei occhi sono solo un po arrossati dall’erba – gli rispondo
- Si… – mi dice in un ghigno.
Quando torniamo mi fa vedere le sue bambine.
Due mini moto impolverate nel fondo di un garage, gli passa uno straccetto e le vedo luccicare nei suoi occhi.
In fondo ha ancora vent’anni.
E’ vero, ha così tanto da aggiungere. Nel bene e nel male.
immagine | moon lighthouse di jamesr0012
La notte dei pazzi viventi II
Marzo 2, 2009

Atto II
L’interno dell’hotel Baia è sempre lo stesso, come l’inferno, ogni piano con i suoi diavoli e i suoi dannati, il tutto però nella sua monotona struttura. Ovvero, nessun cambiamento tra un piano e l’altro. Se non fosse per le facce della gente che ci sta.
Il secondo piano per esempio, da dove entriamo sempre io e perditempo, non ha facce, le porte sono sempre chiuse. Si ha quasi l’impressione che quelle stanze sono deserte, ma sono sicuro che se mi mettessi ad origliare, sentirei anche il minimo rumore di una qualsiasi inimmaginabile attività.
Mentre aspettiamo l’ascensore sentiamo qualcuno cantare accompagnato da una chitarra, esibendosi in un orribilante ballata per le scale dell’hotel. Sembra proprio che il terribile duo proceda nella nostra direzione, ma siamo fortunati, perchè l’ascensore apre le sue porte appena in tempo, prima di un qualsiasi incontro del terzo tipo.
Darmian ci aspetta nella sua camera, ci avvisa subito che al piano di sotto è in atto un festino alcolico con un bel gruppetto di fanciulle. Flavio è con Alexa, dovrebbe arrivare tra un po.
L’idea delle fanciulle sembra allettante, ma io e perditempo non siamo in vena di festini alcolici. Propongo dunque di far salire qualche ragazza, ed ecco immediatamente Flavio arrivare con Alexa, sua sorella e una ragazza che ho già visto in giro per l’hotel.
Alexa è brilla e dopo due tiri di erba inizia a ridere, sua sorella Selina è perennemente colpita dalla sensazione di sbroccare tutto quello che ha bevuto, l’altra, che credo si chiami Demi, rimane più silenziosa, ma anche in lei noto le guancie rosse dal vino.
Iniziamo così un Poker Texas Hold’em con fiches e commentatore in diretta. Lo strip-poker lo rimandiamo alle più caldi e profiche estati.
Stranamente, vinco tutto. I ricordini lasciati dai piccioni sulla mia macchina avranno avuto una qualche influenza positiva.
Una volta terminata la partita Alexa e sua sorella mi si siedono ai fianchi, iniziando ognuna un discorso diverso. Una miriade di parole e suoni inizia a vorticare sempre più velocemente nella mia testa.
Alla fine di tutto ciò le sento concludere da una parte:
- Sei veloce sono nel gioco, vero?
e dall’altra:
- Hai gli occhi verdi?
Posso reggere una simile situazione per un quarto d’ora, massimo mezz’ora, fortunatamente perditempo mi implora di tornare a casa che s’è fatto tardi.
Quando saluto le ragazze lo sguardo di Alexa sembra dirmi “perchè mi tratti così male”, mi verrebbe da rispondere che è così che va la vita, hasta la vista, baby!
Immagino dunque che la serata sia quasi al termine. Invece il goloso perditempo mi propone un’ultima dolcissima sosta al laboratorio notturno di una pasticceria.
Da segnalere, nel cammino, una donna che mi si piazza davanti con l’auto guardandoci con lo sguardo perso in chissà quale universo, che poi riparte, come se nulla fosse.
Non abbiamo il tempo di ridere, che siamo già arrivati. Lì, nel posto dove lavorano gli uomini della farina.
Non rivelerei neanche sotto tortura l’indirizzo di quel luogo, anche se la visione dei tre grassi uomini che preparano i vari dolciumi mette davvero di buon umore. Ci girerei uno di quegli spot del mulino del cazzo.
Soddisfiamo la fame chimica adeguatamente e perditempo mi dice che ingrassano con l’odore. Gli credo sulla fiducia. Anche lui deve averne sniffata un po di quell’aria.
Accompagnarlo a casa e rincasare è una routine che potrei fare anche bendato.
Mentre chiudo la portiera della macchina, sono quasi certo che la notte abbia fatto quasi il suo corso, quando ecco apparirmi un ultimo, inaspettato, incontro…
Continua…
immagine | EXIT di allora2euro
Interludio (Tyler Durden)
Febbraio 23, 2009
La notte dei pazzi viventi I
Febbraio 22, 2009
Se non hai nulla da perdere, hai solo da aggiungere.

Atto I
E’ fredda la notte di metà febbraio, la luna, un’oscura mezza luna rossa, sorge lentamente dal mare.
Scendo in cortile, lo scricchiolio dei rametti secchi anticipa ogni mio passo. Mi ricordo che ho lasciato la macchina fuori dal garage solo quando la vedo materializzarsi di fronte a me totalmente costellata di cacca di piccione. Una macchina a pois. Pois di merda!
Passo un breve ma intenso momento ad imprecare e mi accingo a salire. Devo sbrigarmi, il mio amico perditempo mi aspetta. Con Flavio ci vedremo direttamente all’hotel Baia.
Arrivato a casa di perditempo quell’orrendo puntino arancione sul quadro della macchina inizia a lampeggiare sempre più velocemente.
Mentre siamo li a pronosticare chi troveremo stavolta all’hotel Baia, a seguito di una curva, ecco apparirci un uomo saltellante attraversarci la strada. Si, proprio quel genere di saltello di chi è gaio, frivolo e felice.
Perditempo lo guarda stranito mimandogli “che cazzo sei pazzo?!”, lui risponde con una faccia corrucciata, quasi stranito di quell’attenzione.
Andiamo avanti, la stazione di servizio nel suo dorato splendore è al culmine di un’interminabile salita.
Sto per raggiungere il mio traguardo, quando perditempo mi avverte che un passante, con computer in mano è appena tornato indietro arrivato a metà della carreggiata.
Gente strana sta in città.
Faccio un insolita fila notturna alla pompa di benzina. Tutti desiderosi di versare il nostro contributo alla povera famiglia del petroliere dall’insegna gialla. Il benzinaio notturno accetta stancamente la banconota che gli affido in mano e mi indica eloquentemente con gli occhi qual’è il mio compito: “là c’è la pompa, fai quello che devi fare!”
Ho quasi la visione di me che gli infilo quella dannatissima pompa nella bocca e gli offro una sigaretta.
Perditempo mi dice che ho lo sguardo spiritato. Secondo me è solo una sua impressione.
Dopo una lunga salita non può non mancare la successiva discesa, sarebbe un piacere far scorrere l’auto nella larga circonvallazione, ma le buche disseminate a campo minato, ne rendono il percorso assai accidentato.
Non ho neanche il tempo di lamentarmi che intravedo l’imponente struttura abitativa, meta del nostro vagare.
Così, nel mezzo del cammin di nostra vita, ci trovammo di fronte alla porta di entrata. Decidiamo poi di salire dalle scale antincendio, evitando così qualsiasi questione all’ingresso.
La sensazione di benessere che mi da il varcare quella decrepita porta verso un mondo di infinite perdizioni, è qualcosa che neanche mastercard può garantirti.
Continua…
immagine | How much time have you spent in petrol stations on the way here? di shorty uk
Hotel Baia
Febbraio 17, 2009

L’hotel Baia è una residenza, un luogo ricreativo, un bordello. Non necessariamente in quest’ordine.
Utilizzare le scale di servizio esterne è la prassi, se hai intenzione di passarci la notte. E salire quelle scale, che sanno tanto di città metropolitana decadente, mi dà ogni volta quella piacevole sensazione che dà il far qualcosa di proibito.
Cerco dunque di misurare bene i passi ed evitare rumori, ma ogni scalino è accompagnato dal suo sonoro ‘clank’ metallico.
La porta di servizio del secondo piano è tenuta socchiusa, segno evidente di una pratica in uso da tempi remoti.
I bicromatici corridoi hanno mura corrose, dove la linea tra il bianco e l’azzurro è ormai confusa, e porte in legno scadente. Sono due gli ascensori, di cui uno guasto, per quindici piani, e non posso permettermi di salire le scale, sinceramente vorrei passare inosservato.
Uno strano silenzio da ospedale, un quasi silenzio, proviene dalla tromba delle scale. Un’eco dai corridoi, dalle stanze. Come un’attività notturna incessabile.
Arrivo al piano desiderato e quando giungo al corridoio ho un allucinazione alla Shining. Immagino una grossa quantità di sangue provenire dall’estremità opposta. Solo uno sbattere di ciglia e ritorna la sporca e ipnotica pavimentazione.
Tutto apposto, se non fosse che non ricordo il numero della stanza.
immagine | Fire exit stairs, Vancouver di philipp p
Pieni e vuoti
Febbraio 3, 2009

L’auto ideale per la mia città penso sia un Hummer. Si, il famoso pachiderma in dotazione all’esercito americano è senza dubbio l’unico mezzo che potrebbe sopportare i continui scossono dovuti al pessimo manto stradale della città.
Quando piove è una certezza, una nuova voragine si è aperta. Ma che dico una, cento.
Come in una groviera, profonde fosse delle marianne si alternano a residui stralci d’asfalto ed evitarle è un gioco che alla lunga diventa irritante, sia per i nostri nervi, che per i nostri culi sobbalzanti.
Sembra dunque di stare su cammello e attraversare le dune di quello che andrà a diventare sempre più un deserto. La ruota misura ad intervalli irregolari il vuoto lasciato dalla forza corrompente della pioggia, alternando ignote buche a miserabile asfalto. Vuoti e pieni.
Come le persone che ci circondano. Chi è vuoto, diviso nel dilemma tra la conservazione della sua condizione, e la ricerca di un pieno da svuotare. E chi è pieno, ostinato nel mantenimento della sua integrità.
Ora però i sobbalzi iniziano a diventare troppo intensi e quando me ne accorgo è troppo tardi perchè l’ultima buca dev’essere stata fatale. Fermo l’automobile, do un’occhiata e inizio a imprecare. Ho forato.
immagine | C is for Cheese di TQ9kite
