Arrivederci amore, addio
Dicembre 5, 2009
“Sui monitor: segnali di Laura dovunque. Macchie di luna e di thè.
Gioia che afferri improvvisa in un giorno qualunque.
Grazia che è estranea agli umani, alle Fughe di Bach, alla chimica.”

Oggi l’ho rivista in due cose: in una teiera il cui coperchio mancante s’era frantumato in tredici pezzi mentre me la sbattevo selvaggiamente sul tavolo della cucina; l’altro ricordo m’è saltato in mente ascoltando il sinuoso crescere dell’emicrania dovuta agli incessanti e strani rumori metallici provenienti dall’appartamento a fianco.
- Se un giorno dovessimo perderci ti prego fa tu la prima mossa – mi diceva lei con aria convincente – fai in modo che tornare insieme non sia impossibile…
Se l’era preparata bene la psicologa, in pratica m’aveva lasciato, e mi dava pure la responsabilità del fatto che se ci fossimo ricongiunti o no, sarebbe stato solo e unicamente colpa mia che non avevo fatto il possibile.
- Sai cos’è che mi piace oggi di te? – le rispondo io con aria ancora più convincente.
- Dimmi… – mi risponde senza troppa curiosità.
- Niente.
immagine | THE SPOT pt. 1 di Thinkoutsidethebox2008.
Comunism’s Not Dead (Not Yet)
Dicembre 1, 2009
Vivi creando ricordi.
Il comunista del titolo si riferisce a un mio lontano zio. Qualche giorno fa sono andato a fargli visita con mio padre. Mentre i due parlavano, ho iniziato un tour completo della casa. Una casa che ha sempre avuto un insipegabile interesse per me, sin da quando ero bambino. E’ un antica costruzione nell’intricata rete di vicoli di un paesino a qualche chilometro dalla città.
La casa si divide in due o più piani, ancora oggi ho il dubbio che vi siano passaggi segreti o stanze nascoste. Al pian terreno un grande garage dov’è presente un palmento ancora utilizzato dai miei parenti. Posso sentire l’odore del vino, e mi è strano inebriarmi di quel profumo mentre affiorano immagini passate.
Per entrare nella casa vera e propria bisogna salire delle scalinate nere e sorpassare due cancelli, quasi un monito a non oltrepassare certi valichi spazio-temporali. All’interno c’è quell’ambiente vecchio come ricordavo. Le prime stanze sono molto scarne, qualche mobile raccimolato non so dove. Dall’ingresso intravedo una cucina povera, è qui che mi siedo per trascrivere pochi appunti. La stufa rossa, quella maledetta stufa comunista, quella che mi sporcava le mani di rosso. Accanto un letto fatto senza nemmeno troppi accorgimenti, davanti ad esso una vecchia tv in bianco e nero. Un frigorifero degli anni trenta è da parte ad una porta socchiusa. Non ho ricordi di quale stanza possa esservici. Senza far rumore sporgo la testa all’interno. Vi è una piccola stanzina, con un letto al centro. Le pareti, che dovevano esser bianche un tempo, ormai ingrigite dal tempo, non hanno nessun quadro, nessuna foto, eppure v’era stata una famiglia una volta.
Ritiro la testa appena in tempo, mio zio entra in cucina e mi trova in piedi davanti al frigo. Mi chiede se ho fame, – “dev’esserci un po di gelatina nel frigo”. Mi chiede se mi piace ancora, rispondo che non ho fame, – “grazie”. Quando ero bambino capitava che mangiassi da lui. Risotto alla milanese con le patate – mi chiedo ancora oggi se quella sia la vera ricetta – e la gelatina per secondo, erano un classico dei pranzi con mio zio.
Mio padre chiama mio zio e lui torna all’ingresso, lo seguo e proseguo il mio tour. Senza dare nell’occhio gli passo accanto e sorpasso una nuova porta, mi trovo in una stanza buia, la sala principale della casa. La polvere ricopre ogni cosa, vecchi cimeli, quadri di lontanissimi consanguinei, centrini ricamati. Tarli corrodono i mobili, la libreria è ricca di libri ingialliti e sgualciti, quasi tutti trattano la seconda guerra mondiale, di cui mio zio è stato protagonista come partigiano. Poi sento un odore, proviene dalla porta alla parete opposta. Quell’odore, il vero odore di quella casa, l’odore di mia zia. C’è una zuppiera sul tavolo, magari trovo ancora i torroni che mi dava la zia, quelli per cui ho rischiato l’intera dentatura tanto erano duri e appiccicosi. Ma l’odore, per quanto mi dia la nausea, mi richiama, devo andare oltre la porta.
La mia testa mi suggerisce l’immagine di una macchina da scrivere, una Olivetti degli anni ‘50. Quando valico la soglia rimango deluso, invece di una stanza ecco uno stanzino buio, l’odore mi entra nelle narici, nella gola, lo sento nello stomaco. Accendo la luce, si materializza un’anticamera una porta per ogni parete. Una la ho alle spalle, e so già che mi riporta indietro, quella di fronte a me mi suggerisce che sia un bagno, sento il rumore dell’acqua del water che perde. Decido dunque di trascurarla e vado per la sinistra (anzi estrema sinistra), appoggio la mano sulla maniglia e ho quasi un brivido.
Provo quasi una sensazione quasi infantile, di paura, nel contatto, una vibrazione mi pervade. Appena apro la porta l’odore di naftalina m’investe. E’ la vecchia stanza da letto dei miei zii, ma sembra abbandonata da tempo. La polvere sovrasta il cellofan sulla mobilia. La luce filtra dalla serranda, tagliando a righe orizzontali il pulviscolo scosso dalla mia intrusione. Chissà da quando non cambiava l’aria lì dentro. Mi sento quasi come il primo archeologo della piramide di Cheope. Tuttavia credo di aver visto abbastanza. Richiudo la porta, arrivederci per i prossimi mille anni.
Rieccomi nell’anticamera, sono di fronte l’ultima porta, toccando la maniglia non ho nessuna “stana sensazione”, la spingo, sento il meccanismo scattare. Quando entro vengo investito dalla luce, la stanza è come la ricordo. Libri alla rinfusa, scaffali ricolmi di carte e cartelle, ricordo di uno dei tanti mestieri di mio zio. E poi eccola là, la Olivetti Lettera 22, ricoperta da un telo originale, quando lo scopro rimango colpito di quanto sia ancora lucida. Il contatto coi tasti mi da una sensazione di tecnologia arcaica, di ingegno, di passato e futuro in un solo oggetto. La ricopro con la sua coperta, ritornandola all’oblio. Sento mio padre chiamarmi, torno in fretta all’ingresso, li ritrovo l’uno accanto all’altro e noto diverse somiglianze tra i due. Mio zio mi sorride, mi dice: – “te la ricordavi la macchina?” Gli rispondo – “Si zio, è ancora splendida”.
Mentre torno a casa, ho la mente colma di ricordi, ma un pensiero spinge più degli altri: o mio zio è vegetariano o sono tutte balle le storie dei comunisti che si mangiano i bambini, perchè io mica ne ho trovato traccia per la casa.
immagine | Matrioskas di fran hi.
Dormi Luna
Novembre 27, 2009
“Can I just have one a’ more Moondance with you, my love
Can I just make some more romance with a-you, my love”
Sono le 2.30 di notte, Luna è accanto a me accollassata sul letto. La canna che ci siamo fatti l’ha proprio stonata. Niente sesso stasera. Eccola li sdraiata sulle morbide lenzuola in cotone comprate alla Coin due mesi fà. Rannicchiata in posizione fetale, con lo sguardo sereno, mi ricorda Thandie Newton in mission impossible 2.
Io siedo ai piedi del letto, osservo il nostro riflesso nei vetri della finestra, non so che fare: vado in bagno, faccio una doccia, e mi masturbo oppure mi sdraio dietro di lei e mi addormento abbracciandola?
Nel frattempo che decido vado in cucina a prepararmi un toast, perchè a me fumare, fa venir fame.
in questo giorno – in questi giorni
Aprile 8, 2009
Oggi è un giorno di ricordi per me. Due anni insieme ad una persona sono un bel traguardo. E’ una bella giornata, il sole splende nel cielo, c’è una brezza leggera che viene dal mare.
Oggi è un giorno di ricordi per tanta gente dell’Abruzzo. Tanti anni sono andati persi in pochi attimi. Sono giorni tristi, la pioggia e la polvere sui vostri visi. Non siete i soli a tremare.
Per un album di foto ci sarà tempo…
Novembre 15, 2008
non mi piace rivangare nel passato.
non per via di spiacevoli ricordi, quelli ci stanno e ci possono anche stare, accanto a momenti indimenticabili. il motivo è diverso.
tornare spesso indietro a ciò che è stato può destabilizzarti, distrarti dal presente, o anche disilludere le tue aspettative future.
tutti possiamo ammettere che il peso pachidermico dei ricordi fa allentare il respiro certe volte. in bene o in male. ma quale relazione hanno tali ricordi con il giorno che stai vivendo ad un quarto della tua vita?
per questo il mio consiglio è andare avanti. se ti guardi indietro, diventi pietra.
immagine | ♥una tenera piuma♥ di NaNa [supergirl]
Lolita
Ottobre 22, 2008
Ricordi
Scena tipica di un telefilm adolescenziale. Una afosa serata estiva, una casa piena di ragazzi e ragazze che si divertono nei modi più sbagliati svariati. L’ambiente è molto caldo, una musica fa da sottofondo al brusìo della gente.

La telecamera segue diverse comparse lungo i vari ambienti. C’è un bel gruppetto misto che scherza su un possibile gioco “piccante”, altri che fumano e giocano alla play station immersi nella loro nube di fumo, una pista dove la gente balla divisa in piccoli gruppetti, chi si bacia appassionatamente in un angolo [particolare, sono in tre]. Poi l’inquadratura si avvicina sempre più verso una coppia situata in un lato della stanza, in una zona adibita a bar. Il protagonista maschile sta servendo alcune birre a due ragazze in apparente flirt alcolico con lui. Una biondina, nel suo vestito aderente gli sta accanto dietro il bancone, appoggiata al muro.
***
Mi piace ’sta serata, la festa sembra riuscita, certo poteva sempre andare meglio, poteva esserci più gente, ma come inaugurazione non possiamo di certo lamentarci. C’è anche un buon numero di pollastrelle, in evidente stato di calore. Mi studio un po la situazione. D’altronde è il mio compito. Sono un barman. Le due ragazze davanti a me sono proprio andate, non smettono di ridere. Confabulano tra di loro; ai miei danni sospetto. Nel casino totale sento la voce di Lucilla da dietro.
- Dorian… Mi piace il tuo nome, come mai ti chiami così?
- Non ho mai chiesto ai miei, suppongo dal libro.
- Quale?
- Oscar Wilde non ti dice niente?
- Mmm, forse.
- Dai te lo presto. Il tuo?
- Il mio libro?
- No il tuo nome, da dove viene?
- Non so, magari i miei volevano una brava bambina.
Il suo sguardo è sospetto, ha qualcosa in mente.
- Non lo sei?
- Dipende da quello che vogliono da me.
Le due ragazze richiedono nuovamente la mia attenzione.
- Bello, ci dai un’altra birra?
- Io ve la do, però se guardate in quel foglietto c’è scritto che in cambio delle birre si accettano piccole offerte.
Le ragazze seguono a stento la mia mano indicare l’avviso appeso al muro.
- E che genere di offerte accetti tu?
Ahi. Mi sa che non hanno tanta intenzione di pagare, per lo meno nei modi consueti.
- Oro e pietre preziose non sarebbero male.
Rispondo guardando il ciondolo brillante che una delle ragazze tiene al centro della scollatura. Poi servo due bicchieri di birra.
- Mi prepari qualcosa anche per me?
- Cosa vuoi Lucilla?
- Un cocktail.
- Sicura che lo reggi un cocktail?
- Forse. Casomai ci pensi tu a me, vero?
Annuisco con un sorriso, ma il sospetto non mi abbandona. Gli preparo un Gin Lemon (molto lemon) e glielo porgo. Ne faccio uno più tosto per me. Forse anche troppo.
Arriva mio cugino, scherza subito con le ragazze della birra.
- Dai ti do il cambio
- Vado a farmi un giro, occhio alle pollastre…
Le due al bancone fanno una smorfia di disappunto, poi sento mio cugino dire:
- Allora, mi sembra di aver capito che dovete fare ancora la vostra offerta.
Sento il loro ridere sfumare nella musica mentre mi allontano.
Chiamo Viki al cellulare, le dico che non mi diverto senza di lei, scambiamo due chiacchiere, poi le mando un bacino affettuoso.
Faccio due passi nella sanza dove si balla, accenno un saluto generale. Sono tutti col bicchiere in mano. Ho dato da bere a tutta questa gente?
Io stesso reggo in mano il mio bicchiere di Gin Lemon, si perde spesso il numero di drink in questo genere di serate.
Mi giro, e c’è Lucilla dietro di me. Anche lei col suo bicchiere. Balliamo un po, col sorriso stampato in faccia. Passa un amico vicino, mi fa l’occhiolino e alza il suo cocktail a mo’ di brindisi.
Ok, andiamo a parlare un po’ con Lucilla, comincia a diventare tutto molto evidente. Gli faccio il gesto di venire con me.
- Mi stai seguendo stasera?
- Adesso mi hai chiesto tu di venire.
- L’avresti fatto lo stesso.
- E’ vero, mi piace stare con te, sei simpatico.
- Magari non mi conosci abbastanza.
- No, è che tu sei diverso dai ragazzi della mia zona. Sono tutti pallosi quelli.
- Secondo me no, vedi abbiamo organizzato questa festa e sono venuti.
- Si ma solo grazie a te e mio fratello. Tu cosa fai di solito nella tua città?
- Beh dipende, c’è tanta scelta. Vado in giro, per locali…
- Che bello mi ci porti a ballare?
- …però dopo un po diventa noioso, s’incontra sempre la solita gente.
- Io voglio andare al Tecma con te. Ogni volta che ci vado gli altri ragazzi ci provano con me e succede un casino.
- Va bene, appena posso ti ci porto. Mi posiziono all’entrata, lei vede la sua amica e la raggiunge, dopo un po’ ritornano ridendo lanciando occhiate al sottoscritto. L’amica si presenta, poi Lucilla mi chiede se torniamo a ballare.
Bevo quel che resta del mio cocktail, la prendo per mano e andiamo a ballare. Più di una persona nota le nostre mani e quando iniziamo a ballare so che in tanti ci (oppure la) staranno a guardare. Ha un corpo snello ben contenuto nel suo vestitino minimal. Deve avere sotto i vent’anni, tuttavia la scollatura lascia intravedere un seno prosperoso. Il viso è proprio da brava bambina, ma il suo sguardo no. E’ uno di quei sguardi che lasciano presagire guai, e tanta voglia di chi si ha di fronte.
Adesso ne sono sicuro, avvicino le labbra al suo orecchio.
- Ora puoi seguirmi se vuoi.
Saliamo le scale insieme, la guardo rassicurante. Arriviamo in una terrazza, la vista ci regala il paese di notte immerso nelle colline silenziose. Si sente solo il battito della musica sotto, nessun brusìo, come se non vi fosse più nessuno nella casa. Torniamo al discorso delle serate in città.
- Quando mi porti in discoteca gli dico a mia mamma che sono da una mia amica, così passiamo la notte assieme.
- E dove dovresti dormire?
- Da te
- Se lo sa tuo fratello mi riempie di botte
- Lo so, ma so che con te non lo farà…
- Non ne sarei certo.
- Si perchè tu a me piaci.
- Anche tu mi piaci, sei una ragazza carina.
Le dico l’ultima frase osservando il panorama, quando torno a guardarla mi ritrovo i suoi profondi occhi nocciola incollati addosso e le labbra a pochi centrimetri dalle mie.
Le poggio una mano dietro la schiena e la bacio. Non un bacio lungo, molto istintivo. E’ folgorata.
- Voglio farlo con te.
- Cosa?
- E’ da tempo che ci penso.
- Cosa?
- Voglio farlo con te la prima volta.
Sono io adesso quello folgorato. Continuo a sorriderle.
- Scusa, ma tu quanti anni hai?
- 16.
Cazzo.
